dilluns, de desembre 12, 2011

"Picasso" Pier Paolo Pasolini (1953)

Yousuf Karsh. Pablo Picasso. 1954.

Picasso

I

Nel tremito d'oro, domenicale
di Valle Giulia, la nazione è calda,
silenziosa: la sua innocenza è pari

alla sua impurezza. Sembra arda
di popolare gioia, ed è una noia
irreligiosa che solare si sparge

sui floreali gessi e i gran ventagli
degli scalini. Non è questo
che l'atto in cui si sbriciola un'Italia

istituita, un anonimo ed onesto
atto di civiltà... C'è chi lo compie
tra le aiuole infuocate e il fresco

buio che le solca dai prorompenti
pini di Villa Borghese, chi
n'è riverberato nelle pompe

festive di Piazza di Spagna e si
confonde in un brusio che trasale
intorno monotono e stupendo: qui

è più acceso il senso di un'Italia
vibrante in un'antica nota
di pace, in una morte dolce come l'aria,

dove la classe più alta regna immota.

II

E per la scalea l'anonimo, anima
senza memoria, in un corpo immiserito
da secoli di sogni umilmente umani

di borghese esperienza, ormai è mitico
in questa domenica dorata
che lo vede chiaro nel chiaro vestito.

Come d'improvviso appare ornata,
la sua vita, di mite passione,
e la sua mente (dominata

dentro il cuore dell'Istituzione
dalla sua dignità dura e servile)
come pare arda, immune testimone,

d'umile desiderio di capire...

III

La prima tela dalla scorza intensa
e ròsa, in un gemmante arabesco
quasi artigiano, dipinta con terra

e nascosto fuoco: ancora fresco
lo spirito del vecchio anteguerra
vi mescola scandalo e festa,

l'abnorme del pensiero e il puro della
tecnica, e ardente e affumicata
la superficie i suoi toni inanella,

ceree corolle su zolla disseccata.
Insegna della Francia più alta,
quando il tramonto pareva un'infuocata

alba, e la disperazione espanta
pena del creare, e il frantumarsi
del secolo un suo disegno araldico.

IV

Ma già gli spumeggianti e crudi figli
in nuvole di biancore, in acciarini
contorni, con purezza di gigli

e carnalità di cuccioli ferini,
delineano pur nel lume di un'idea
degna di Velásquez, pur nelle trine,

l'eccesso di espressione che li crea.

V

L'espressione che sul pelo affiora
del quadro, come da intimità viscerali,
infetta di bruciante disamore,

e ne squassa la squama di tonali
dolcezze, che, se resiste, e anzi
irrigidisce, è per materiali,

inebbrianti cagli. Ma tra i balzi
graffianti del pennello, la zona
di quasi prativa luce, gli sfarzi

dei disaccordi, ecco l'Espressione:
che s'incolla alla cornea e al cuore,
irrichiesta, pura, cieca passione,

cieca manualità, impudico gonfiore
dei sensi, e, dei sensi, tersa noia.
A nient'altro che a questo ateo furore

poteva, nella cadente Francia, Goya
cedere la sua violenza. Qui, a esprimersi,
sono pura angoscia e pura gioia.

VI

Dentro l'ordinata processione,
orda del sentire e del fare,
non del credere, paesaggi, persone

sono scheletri in cui corporeo appare
il loro perduto essere oggetti:
esprimerli è esprimerne il male.

La civetta patrizia con sul petto
un avido verde o un viola che altro
senso non ha che infiammare se stesso,

o nell'occhio uno sgorbio, folle e scaltro,
a tradire; i fiori che s'incarnano
a un feto o una seggiola e uno smalto

di toni che li incera nel composto
ingranaggio; le spiagge dove gongola
la gioia di un cadaverico agosto,

in cui l'inventare ha una mongola,
monumentale libertà che nulla costa,
una brutale libertà che il mondo

trasfigura per l'ignota forza
che ha il vizio, che ha la voluttà
dell'esibirsi: tutto porta

ad una calma furia di limpidità.

VII

Quanta gioia in questa furia di capire!
In questo esprimersi che rende
alla luce, come materia empirea,

la nostra confusione, che distende
in caste superfici i nostri affetti
offuscati! La chiarezza che ne accende

le forme interne, li fa nuovi oggetti,
veri oggetti, né conta, anzi è coraggio,
benché delirante, che si rifletta

in essi l'onta dell'uomo che appannaggio
fa dell'Uomo, l'onta dell'uomo più
recente, questo, questo che con saggio

calore guarda evidenziata salire su
nelle atroci lastre la figura
di se stesso, la sua colpa, la sua

storia. Vede ridotte alla furia oscura
del sesso le esaltanti repressioni
della Chiesa, e dispogliata in pura

chiarezza d'arte la chiara ragione
liberale; vede celebrata
in riverberanti figurazioni

la decadenza della snervata
borghesia ancora avida nel miope
rimpianto e nel cinismo...

Ma che lietezza profonda e quieta
nel capire anche il male; che infinita
esultanza, che vereconda festa,

nell'accorata sete di chiarezza,
nell'intelligenza, che compiuta attesta
la nostra storia nella nostra impurezza.

VIII

Poi ecco, colmo, l'errore di Picasso:
esposto sopra le grandi superfici
che ne spalancano in pareti la bassa,

fittile idea, il puro capriccio,
arioso, di gigantesca e grassa
espressività. Egli - tra i nemici

della classe che specchia, il più crudele,
fin che restavi dentro il tempo d'essa
- nemico per furore e per babelica

anarchia, carie necessaria - esce
tra il popolo e dà in un tempo inesistente:
finto coi mezzi della vecchia stessa

sua fantasia. Ah, non è nel sentimento
del popolo questa sua spietata Pace,
quest'idillio di bianchi uranghi. Assente

è da qui il popolo: il cui brusio tace
in queste tele, in queste sale, quanto
fuori esplode felice per le placide

strade festive, in un comune canto
ch'empie rioni e cieli, borghi e valli,
lungo l'Italia, fino all'Alpi, spanto

per declivi falciati e gialli
frumenti - nei paesi della smarrita
Europa - dove ripete i balli

e i cori antichi nell'antica
aria domenicale Ed è, l'errore,
in questa assenza. La via d'uscita

verso l'eterno non è in quest'amore
voluto e prematuro. Nel restare
dentro l'inferno con marmorea

volontà di capirlo, è da cercare
la salvezza. Una società
designata a perdersi è fatale

che si perda: una persona mai.

IX

Sfortunati decenni così vivi
da non poter essere vissuti
se non con un'ansia che li privi

di ogni quieta conoscenza, con l'inutile
dolore di assisterne la perdita
nella troppa prossimità... Muti

decenni, di un secolo ancor verde,
e bruciato dalla rabbia dell'azione
non trascinante ad altro che a disperdere

nel suo fuoco ogni luce di Passione.
Le ultime stanze gremisce la pura
paura espressa in cristalline zone

d'infantile e senile cinismo: scura
e abbagliata l'Europa vi proietta
i suoi interni paesaggi. E matura

qui, se più trasparente vi si specchia,
la luce della tempesta; i carnami
di Buchenwald, la periferia infetta

delle città incendiate, i cupi camions
delle caserme dei fascismi, i bianchi
terrazzi delle coste, nelle mani

di questo zingaro, si fanno infamanti
feste, angelici cori di carogne:
testimonianza che dei doloranti

nostri anni può la vergogna
esprimere il pudore, tramandare
l'angoscia l'allegrezza: che bisogna

essere folli per essere chiari.

Pier Paolo Pasolini 1953

Yousuf Karsh. Pablo Picasso. 1954.


Picasso

I

En el dorado temblor dominical
del Valle Giulia la nación es cálida,
silenciosa: su inocencia es semejante

a su impureza. Parece como si ardiera
de alegría popular, y es un aburrimiento
irreligioso que se derrama

con el sol de los florones y los grandes abanicos
de los escalones. Este no es más
que el acto con el que se descompone la Italia

instituida, un anónimo y honesto
acto de civilización... Hay quien lo cumple
entre la hierba abrasada y la fresca

oscuridad que surge de las filas de exuberantes
pinos de Villa Borghese; otros
lo hacen reflejándose en las pompas

festivas de la Plaza de España y se confunden
con un rumor que se extiende alrededor
monótono y magnífico: aquí

está más encendido el sentido de una Italia
que vibra en una antigua nota
de paz, en una muerte dulce como el aire

en el que la clase más alta reina inmóvil.

II

Y por la escalinata el anónimo, alma
sin memoria de un cuerpo deteriorado
por siglos de sueños humildemente humanos

de burguesa experiencia- es ya un mito
en este dorado domingo
que le ve claro en su claro traje.

De pronto su vida aparece adornada
por suaves pasiones
y su mente (dominada

por su dura y servil dignidad
en el corazón de la Institución)
parece que arda, testigo inmune,

con el humilde deseo de comprender

III

La primera tela, de escorzo intenso
y rosa, con un brillante y casi artesano
arabesco, pintada con tierra

y fuego escondido: vivo aún
el espíritu anterior a la guerra
mezcla en él escándalo y fiesta,

la enormidad del pensamiento y la pureza
de la técnica, y la ardiente y ahumada superficie
donde ensortija sus tonos

cerúleas corolas sobre áridos terrones.
Emblema de la Francia más alta
cuando el atardecer parecía

un alba de fuego, y la desesperación espanta
la pena del crear, y el derrumbarse
del siglo parece un heráldico dibujo suyo.


IV

Pero ya los espumosos y crudos hijos
en nubes de blancura, con acerados
contornos, con pureza de lirios

y lujuria de cachorros feroces,
denotan incluso en la luz de una idea
digna de Velázquez, incluso en los encajes,

el exceso de expresión que los crea.

V

La expresión que del cabello aflora
en el cuadro, con una visceral intimidad,
infecta de ardiente desamor,

que sacude la escama de dulces
tonalidades, que, si resiste e incluso
se mofa, se debe a reales,

ebrios coágulos. Pero entre los saltos
y los rasguños del pincel vemos una zona
de luz verdosa, los aspavientos

de los desacuerdos; he aquí la Expresión:
que se pega a la córnea y al corazón,
no solicitada, pura, ciega pasión,

ciega destreza, impúdica hinchazón
de los sentidos, limpio aburrimiento.
Tan sólo a este furor ateo

podía, en la caduca Francia, ceder
Goya su violencia. Quienes se exprimen aquí
son la pura angustia y la pura alegría.

VI

En la ordenada procesión
-horda del oír y del hacer,
no del creer-, los paisajes, las personas,

son esqueletos en cuya forma aparece,
sus perdidas figuras:
expresarlos es expresar su mal.

La patricia lechuza con un ávido
verde y un violeta en el pecho,
sin más sentido que el de inflamarse a sí mismo,

o en el ojo un borrón astuto y loco,
traidor; las flores que brotan
de un feto, o de una silla, y un esmalte

de tonalidades que los abrillanta
en el educado engranaje; las playas
en que exulta la alegría de un cadavérico agosto

en el que inventar tiene una mongólica
y monumental libertad que nada cuesta,
una brutal libertad que el mundo

transfigura a causa de la ignota fuerza
que tiene el vicio, que tiene la voluptuosidad
de exhibirse tiene: todo conduce

a una apacible furia de limpidez.

VII

¡Cuánta alegría en este furor por comprender,
en este expresarse que saca a la luz,
como materia empírea,

nuestra confusión, que en castas superficies
extiende nuestros ofuscados afectos!
La claridad que enciende en ellas

las formas internas, las vuelve objetos nuevos,
verdaderos objetos, y no cuenta, sino que es coraje,
aunque delirante, que en ellos se refleje

la vergüenza del hombre que del Hombre
hace salario, la vergüenza del hombre
más reciente. De este hombre que con sabio

calor ve subir claramente,
en las horribles losas la figura
de sí mismo, su culpa, su

historia. Ve reducidas a la oscura furia
del sexo las exaltantes represiones
de la Iglesia, y desnuda, con la pura

claridad del arte, la prístina razón
liberal; ve celebrada
con brillantes figuraciones

la decadencia de la débil burguesía
ávida aún en su miope
remordimiento y en su cinismo…

Pero qué profunda y tranquila alegría
comprender también el mal, qué infinito
regocijo, qué púdica fiesta

en la pasional sed de claridad,
en la inteligencia que, completa, certifica
nuestra historia en nuestra impureza.

VIII

Y de pronto he aquí, desbordante, el error de Picasso,
expuesto sobre las grandes superficies
que abren en paredes la baja,

frágil idea, el puro capricho
airoso, la gruesa y gigantesca
expresividad. Él - el más cruel entre los enemigos

de la clase que refleja,
mientras quedaba en el tiempo de ella
- enemigo por furor y por babélica

anarquía, caries necesaria - sale entre el pueblo
y va a parar a un tiempo inexistente:
disimulado con los medios de su misma

antigua fantasía. Ah, no se halla en el sentimiento
del pueblo su despiadada Paz,
este idilio de blancos.

Ausente está aquí el pueblo, cuyo rumor
calla en estas telas, en estas salas,
cuando afuera estalla feliz por las plácidas

calles en fiesta, en un canto común
que invade barrios y cielos, calles y aldeas,
a lo largo de Italia, hasta los valles, derramando

por segados y amarillos declives
trigales - por los pueblos de la Europa
perdida- donde repite los bailes

y los coros antiguos en el viejo
aire dominical. Y el error
se halla en esta ausencia. La salida

hacia lo eterno no se halla en este amor
deseado y prematuro. Es en el permanecer
dentro del infierno con una voluntad marmórea

de comprenderlo donde hay que buscar
la salvación. Una sociedad
destinada a perderse es fatal

que se pierda: una persona jamás.

IX

Desafortunados decenios tan vivos
que no pueden ser vividos
sino con un ansia que los prive

de todo apacible conocimiento, con el dolor
inútil de tener que asistir a su pérdida
por su excesiva proximidad... Mudos

decenios de un siglo todavía verde,
y quemado por la rabia de la acción
que no conduce sino a dispersar

en su fuego toda luz de Pasión.
El puro miedo llena las últimas
salas expresado en zonas cristalinas

de infantil y senil cinismo: oscura
y alucinada Europa proyecta en ellas
sus paisajes internos. Aquí está madura,

si más transparente en ella se refleja,
la luz de la tempestad, las carnicerías
de Buchenwald, la periferia corrompida

de las ciudades incendiadas, los oscuros camiones
de los cuarteles fascistas, las blancas
terrazas de las costas, en las manos

de este zíngaro se tornan infames
fiestas, angélicos coros de carroña:
toestimonio de que de los dolorosos

años nuestros la vergüenza puede
expresar el pudor, transmitir
la angustia, la alegría: de que

es necesario estar locos para ser claros.


Pier Paolo Pasolini, 1953

8 comentaris:

guillo ha dit...

Gracias hermosos por tus palabras guillo

MM de planetamurciano ha dit...

Uno se imagina a estas dos figuras y vaya, hubiera dicho que no se caían bien.

@ELBLOGDERIPLEY ha dit...

No te creas que he entendido mucho el poema...Bueno, Pasolini era un poquito críptico.
Claro que, tampoco se entienden algunos cuadros de Picasso, que ahora que lo pienso, tampoco es el pintor más indicado para ver con una molestia cervical, (sobre todo la etapa cubista):-). Pero bueno, el frío pasará...
Petons!

senses and nonsenses ha dit...

no conozco al Pasolini poeta.
lo he intentado con algún ensayo suyo, es difícil.
un ejemplo de hombre Renacentista. comprometido, de izquierdas: muy peligroso. por eso lo mataron...

Pilar ha dit...

Pena no entenderlo bien, pero suenan esos tercetos a belleza, no podía ser de otra manera por quien los escribe y a quien van.

Pilar ha dit...

Pena no entenderlo bien, pero suenan esos tercetos a belleza, no podía ser de otra manera por quien los escribe y a quien van.

Pilar ha dit...

y dos veces que lo dije, para que no hubiera duda jajajajajj
cada día más despiste, hacía falta estar tonta para no verlo...qué despiste ¡gracias! ahora sí que está claro, amigo. Un besazo

Luís ha dit...

Desculpa ter andado pouco participativo e em contra-ciclo com a profusão das tuas entradas e dos teus comentários. Nesta, dedicada a dois dos meus maiores ídolos de sempre (Pasolini e Picasso), aproveito para te saudar e desejar uma feliz quadra natalícia e - se mo permites querer desejar - um excelente 2012!!! Abraços,